La tecnologia è il nuovo oppio dei popoli

Giovanni Zambito intervista Fabio Ghioni per Il clandestino.

È davvero irreversibile questa nostra web-dipendenza?

Ogni giorno ci viene presentato un nuovo giocattolo per fare tante cose come il telefonino, il portatile, i social network, videogiochi online, terminali mobili multiservizi: se non ce l’hai sei un minorato, un poveraccio: ti collega direttamente con il mondo. Così siamo sempre raggiungibili e tutti sanno i nostri fatti. I sistemi non sono testati con il software e possono risultare bacati.

Perché non vengono testati?

Per aumentare i guadagni le aziende producono nuove tecnologie delegando il consumatore a testarle e così le case produttrici rilasciano le cosiddette patch (letteralmente “pezze”) che sistemano qua e là alcuni problemi riscontrati.

Qual è a tuo avviso la più grande fregatura in tal senso?

La vulnerabilità a livello applicativo che apre delle porte nel pc attraverso cui altri possono accedere a qualsiasi computer indipendentemente dai soliti trucchi di protezione che si conoscono. E il pericolo si sta muovendo dal terminale del computer a quello mobile.

Che vuoi dire quando affermi che “il dolore è il codice di attivazione degli hacker”?

Gli hacker sono nati con scopi benigni per capire e scoprire le vulnerabilità lasciate apposta dalla tecnologia e divulgarle per far sì che le industrie fossero costrette a ripararle. Si è poi svelato un lato oscuro degli hacker quando hanno cominciato a sfruttare per sé le proprie abilità: la maggior parte di loro si trova nei paesi scandinavi, in Russia (dove non c’è una legislazione contro il reato informatico), in Brasile e in Cina dove si sospetta una possibile sponsorizzazione dello Stato.

Perché considerarli “supereroi”?

Si rendono conto di avere una grande responsabilità e come tutti i supereroi l’hacker opera sempre borderline: per lui il fine giustifica sempre i mezzi; è così audace da buttarsi nella mischia e la fortuna lo premia.

Nella vita quotidiana in che cosa potremo essere colpiti direttamente?

Quando si è su un treno bisogna considerarsi fortunati se si arriva a destinazione: tutti i sistemi semaforici e di intercambiabilità sono gestiti da sistemi informatici collegati alla rete. Siamo sicuri che la gestione sia sicura? I terroristi se volessero davvero colpire avrebbero tante occasioni e maniere per farlo facendo diventare verde il semaforo al momento sbagliato. Per non parlare delle reti di energie, dei sistemi fognari, delle dighe. Non per nulla i cinesi si stanno specializzando e anche il terrorismo islamico si sta organizzando con l’informatica.

Ci sarebbe un modo per tornare alla positività pura dell’uso tecnologico?

Solo una catastrofe potrebbe bloccare l’invenzione tecnologica, una patologia che ha raggiunto un punto di non ritorno e lo dimostra il nostro esserne dipendenti. Prima o poi succederà qualcosa di terribile: tutti i numeri ci sono.

Davvero il 90% del traffico in rete è pornografia?

Sì, se non ci fosse la pornografia internet sarebbe quasi vuota, silenziosa. È il driver di internet.

Pensi che in Italia sia possibile la rivoluzione informatizzata?

Tutto quello che tende a superinformatizzare esaspera il transfert dal reale al virtuale. Se arrivo ad esistere solo virtualmente mi si potrebbe cancellare con un click e senza difese mi possono fare pure qualunque cosa colpendo il mio avatar.

Come hai vissuto i cinque mesi di carcere senza la tecnologia?

Li ho vissuti come un momento di liberazione: avevo le allucinazioni uditive dello squillo del mio blackberry. Suggerisco a tutti una settimana in un luogo dove non essere raggiungibili ad ogni ora: purtroppo penso che si creerà una nuova classe di esseri umani che interagiranno solo con la rete, completamente manovrati da chi avrà in mano l’informatica. Oggi è la tecnologia il vero oppio dei popoli.

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