Anche la Cina ha paura di Cyberworld

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Quando il mese scorso Hilary Clinton criticò pubblicamente la Cina chiedendo un’indagine sugli attacchi subiti da Google, le reazioni da parte cinese sono state diverse da quelle che ci potremmo aspettare. Quelle “osservazioni sono immotivate” afferma Peng Bo, un funzionario dell’Ufficio Informazioni, “infatti, la Cina è la nazione più colpita dagli hacker di tutto il mondo”. “La Cina vuole precisare che è anch’essa seriamente sotto attacco dallo spionaggio in rete” aggiunge Cheng Gang del quotidiano governativo Global Times.

Nei giorni di maggior tensione tra Google e il governo cinese, per fare un esempio, il motore di ricerca nazionale Baidu è stato attaccato dall’Iranian Cyber Army. Ma questo, a quanto pare, non è ancora nulla. Proprio Gang lo scorso dicembre descriveva come nel settembre 2008 un’agenzia di intelligence straniera si sia infiltrata nei computer dell’istituto militare di Luoyang sottraendo informazioni top-secret sui sottomarini cinesi. Lo stesso articolo citava un funzionario cinese secondo il quale questi attacchi sarebbero “ubiqui” in Cina.

Malgrado le notevoli capacità dimostrate di attacco e le potenzialità produttive dell’industria, i sistemi di sicurezza informatica della Cina sarebbero molto più a rischio di quelli statunitensi. La causa principale è l’arretratezza dei software, che per i quattro quinti sarebbero piratati, inclusi quelli utilizzati dai sistemi governativi. Ciò significa che la gran parte dei computer è totalmente scoperta dagli aggiornamenti di sicurezza che fissano gli exploit sfruttati dagli hacker. Inoltre, quando nel 2008 Microsoft lanciò un programma per rilevare e scoraggiare la pirateria, milioni di computer andarono in tilt, generando il panico in tutta la nazione. “Gran parte della tecnologia e dei prodotti nell’information security sono nelle mani dei paesi occidentali,” rileva un rapporto governativo “ciò lascia i sistemi di informazione cinesi esposti a rischi più alti di essere attaccati e controllati da forze ostili”.

Le nuove regole governative richiedono agli acquirenti statali di dare la preferenza ad hardware e software made in China, ma secondo James Mulvenon, direttore del Center fo Intelligence Research and Analysis, questi ordini vengono normalmente ignorati. Il fatto è che le autorità vogliono continuare a usare software occidentale perché è di qualità superiore: la nuova sfida per la Cina sarà sviluppare nuovi prodotti indigeni più competitivi. Inoltre, secondo fonti governative, il governo cinese coltiva l’ambizione di creare una enorme Intranet domestica che possa essere controllata più facilmente.

Ma le nuove e più stringenti norme di sicurezza rispondono anche a un altro rischio: il timore che le minoranze etniche sfruttino la rete per reclamare i propri diritti. Le rivolte dei gruppi tibetani del 2008 e le numerose petizioni online per i diritti umani sono motivi sufficienti per rafforzare la sorveglianza. Particolarmente allarmante per le autorità cinesi è stato il ruolo di Internet nelle rivolte dello scorso Luglio nello Xinjiang, dove morirono quasi duecento persone e ne furono ferite più di millesettecento. Secondo i rapporti governativi, infatti, i membri dell’etnia Uighur sarebbero stati reclutati attraverso la rete e spinti ad attaccare i cittadini di etnia Han.

Su tutto – e qui il cerchio si chiude – c’è il timore che i paesi occidentali e in particolar modo gli Stati Uniti stiano utilizzando le innovazioni tecnologiche e comunicative per infiltrarsi nelle reti militari e per fomentare il dissenso interno. “Gli Stati Uniti l’hanno già fatto molte volte” afferma Song Xiaojun, tra gli autori di Unhappy China, un saggio del 2009 che reclama una politica estera più forte. Secondo Xuiajun, il pericolo è che si verifichi in Cina ciò che è accaduto con le cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ in Ucraina e in Georgia. “Non è un reale cambio di regime” denuncia Xuiajun “è come se usassero la rete per seminare caos”.