Contro la Pearl Harbor elettronica una nuova Convenzione di Ginevra?

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La guerra cibernetica è un tema caldissimo nelle ultime settimane. Da una parte l’ex consigliere di Bill Clinton Richard Clarke predice una Pearl Harbor elettronica con scenari apocalittici – l’America crollerebbe in meno di un quarto d’ora, con decine di migliaia di morti, per un attacco alle infrastrutture. Dall’altra, Michael Dell lancia un appello per una cooperazione tra governi e industria. E ora, c’è chi chiede una convenzione di Ginevra per la guerra cibernetica.

Al Worldwide Cibersecurity Summit di Dallas della scorsa settimana, il vice della sicurezza Microsoft Scott Charney ha chiesto che si stabiliscano delle regole comuni per combattere la guerra elettronica. Il compito, però, avverte Charney, non è semplice. Tutt’oggi la Russia non accetta il trattato delle Nazioni Unite sul cybercrimine del 2001, perché ritiene che conceda troppe libertà ai governi di perseguire i cybercriminali in terra straniera. Ricordiamo che la Russia non punisce il crimine informatico e non a caso la nazione è la sede di uno dei più temibili network criminali del mondo, il Russian Business Network.

Ma, secondo Charney, forse il problema sta a monte, perché non c’è chiarezza su ciò che si intende per guerra cibernetica e di conseguenza non è chiaro ciò che si vuole combattere. Bisogna distinguere i ciber-criminali, dediti a reati economici, dalla guerra vera e propria condotta da uno stato, che mira a distruggere le infrastrutture critiche in un altro paese, come una centrale elettrica o un condotto petrolifero.

Insomma, il crimine informatico non può essere assimilato alla guerra vera e propria e al terrorismo. “Molto spesso, c’è confusione nelle negoziazioni perché non è chiaro il problema che si vuole risolvere” ha commentato Charney. Quindi, se la preoccupazione è per una Pearl Harbor elettronica, bisogna che sia chiaro a quale tipo di attacchi un governo possa rispondere militarmente. “Forse la risposta è una ‘Convenzione di Ginevra’ elettronica, che protegga i diritti dei non-combattenti” conclude Charney.