Il 4 giugno Google ha condiviso i dati raccolti da Street View in Francia con le autorità del CNIL (Commission nationale de l’informatique et des libertés). A quanto riporta IDG, la commissione avrebbe scoperto che, oltre a localizzare le connessioni wifi non protette, le auto di Google raccoglievano le password delle caselle di posta elettronica dei malcapitati e “estratti dal contenuto dei messaggi email”.
Il caso Google Street View sta assumendo toni tragicomici. Eravamo i partiti con un innocuo giochiono, le immagini dalle strade registrate da migliaia di auto in tutto il mondo. Era divertente, no?, su Google Maps poter vedere le foto e non solo un simbolo su una piantina. Poi qualcuno ha cominciato a sentirsi a disagio nel vedersi immortalato sulla veranda di casa propria, e qualche governo si è accorto che non è proprio raccomandabile che un’azienda straniera circoli per il proprio territorio raccogliendo immagini e chissà cos’altro. Poi il chissà-cos’altro è venuto a galla: le macchine di Google raccoglievano i dati sulle connessioni wi-fi non protette. Dopo aver negato in un primo momento (Toh, non ce n’eravamo accorti!), Google ha estratto il suo archivio da 6 TB raccolto in trenta paesi. Ora si scopre che le auto sniffavano anche le email. Vogliamo credere che sia finita qui? No di certo.
Intanto, anche le autorità di Spagna e Germania chiedono che Google condivida con loro i dati raccolti nel proprio paese. L’unica cosa certa è che proprio i dati, che si scoprono sempre più sensibili, stanno passando per troppe mani.
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