In Kyrgyzstan è in corso una guerra interetnica le cui conseguenze potrebbero andare ben oltre i confini della regione. Nel sud del paese i nativi chirghisi stanno massacrando la minoranza uzbeka, bruciando intere famiglie vive nelle proprie case e provocando una fuga di massa. Secondo il Guardian, sarebbero ormai migliaia le vittime sepolte nelle fosse comuni. Intanto, decine di migliaia di profughi sono stipati lungo il confine con l’Uzbekistan, che ha chiuso le frontiere dichiarando di non poter più accogliere persone. La Croce Rossa ha definito la situazione umanitaria una “immensa crisi”.
Ora il Kyrgyzstan chiede l’aiuto di Mosca per fermare il conflitto, ma la faccenda è molto delicata. Il Kyrgyzstan è infatti membro del CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e può chiedere l’intervento dei suoi alleati. Dal canto suo, la Russia esita a intervenire militarmente, perché nella regione, oltre alle sue basi militari, ci sono anche quelle degli USA, i quali tra l’altro hanno rifiutato una richiesta informale di intervento da parte dei chirghisi.
Una missione di pace russa, inoltre, potrebbe essere percepita come un’interferenza nella sovranità nazionale di un altro stato. Se un simile scrupolo da parte di Mosca potrà sembrare strano, consideriamo allora che nella regione c’è un terzo attore ‘scomodo’, ovvero la Cina, con cui la Russia ha firmato un patto di “buon vicinato” nel 2002. La Cina è legata al Kyrgyzstan con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai , che, pur essendo un’organizzazione a scopo commerciale, ha tutto l’interesse a mantenere la stabilità nella regione. Se il conflitto si estendesse dai confini del Kyrgyzstan all’Uzbekistan, allora anche la Cina potrebbe sentirsi in dovere di intervenire.
La situazione è quindi molto delicata, ma se gli eventi precipitassero – come può accadere da un momento all’altro – le superpotenze che finora stanno a guardare dovranno prendere posizione. Ma fare il primo passo sarà molto compromettente…






