Visto che è in programma una nuova guerra contro un altro stato “canaglia” (l’Iran, per chi non l’avesse capito), è bene fare una riflessione sulla propaganda mediatica e sulle false convinzioni che plasma nelle nostre menti. In questo, il cinema hollywoodiano ha svolto un ruolo fondamentale creando gli stereotipi caricaturali del nemico di turno, contrapposto all’americano civilizzato e animato da sentimenti umanitari.
Si tratta, ovviamente, della versione dei vincitori, e per quanto non siano mancate voci critiche di spessore notevole, raramente ci può capitare di assistere a una versione radicalmente diversa, a un ribaltamento totale della prospettiva che ci permetta di immedesimarci nel nemico stesso. Una buona occasione per farlo è vedere La valle dei lupi, film turco del 2005 di Serdar Akar sull’invasione in Irak che per uno spettatore occidentale può rivelarsi un vero shock (ecco un articolo illuminante sui contenuti del film)
La valle dei lupi prende spunto da episodi realmente accaduti – come le violenze nella prigione di Abu Ghraib – ma non presenta i fatti per come sono, bensì secondo un altro punto di vista, che raramente ci capita di prendere in considerazione. Che gli americani siano considerati dagli irakeni degli invasori lo sappiamo o lo possiamo immaginare. È difficile però avere l’occasione di vederlo con gli occhi di un musulmano, con tutto ciò che ne consegue.
E allora, potremmo accorgerci che agli occhi dei civili irakeni i soldati statunitensi forse non sono molto diversi dai nazisti per le popolazioni occupate durante la Seconda Guerra Mondiale. Che, agli occhi di chi subisce la loro occupazione, gli americani sono mossi dalla stessa ferocia, dallo stesso arbitrio, dalla stessa crudeltà. E il fanatismo che noi attribuiamo loro non è minore del fanatismo che loro vedono in noi.
La Valle dei lupi non è un’opera di arte cinematografica, ma vale la pena vederlo proprio perché applica gli stessi eccessi del cinema di guerra statunitense alla parte solitamente opposta. Si tratta, è bene ripeterlo, di un altro punto di vista, non della verità. Ma il dramma, in queste circostanze, non è proprio lo scontro tra punti di vista inconciliabili?
Un episodio su tutti, anch’esso tratto da un fatto reale: una festa di matrimonio finisce in una strage di innocenti, perché i soldati statunitensi, sentendo degli spari, li scambiano per terroristi. E finiscono, paradossalmente, per produrre davvero dei kamikaze pronti a farsi esplodere per vendetta. Ma ecco che arriva la scena più rivelatoria del film, dove lo sceicco Kerkuki, padre della sposa sopravvissuta alla strage, la dissuade dal diventare una kamikaze. Ricordandole i principi dell’islam più puro e illuminato – proprio quello che sui nostri media non trova alcuno spazio – lo sceicco dimostra come ciò che riteniamo reale è in realtà in gioco di specchi che ha l’unico scopo di abbagliare: “Ogni azione suicida accresce la nostra impotenza e debolezza. È per questo che i nostri nemici desiderano che il numero di queste azioni aumenti. Addirittura potrebbero aver organizzato queste azioni essi stessi”. Dov’è la verità, allora?
La scena in cui lo sceicco Kerkuki dissuade Lyela dal diventare una kamikaze
Un’altra scena del film, ambientata nella prigione di Abu Ghraib
Un documentario su la Valle dei lupi Irak






