Caso Fastweb/riciclaggio: dall’inchiesta alle manette

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Da Il punto di venerdì 30 luglio:

Per prima cosa le notizie: dall’uscita dell’inchiesta de Il Punto (n° 26 del 1 luglio 2010), che dava conto delle nuove dichiarazioni dell’ex capo del sicurezza informatica del gruppo Telecom Italia, Fabio Ghioni, negli ambienti investigativi romani si è percepito un certo interesse su almeno due zone, ancora grigie, della maxi operazione di riciclaggio di denaro targata Fastweb-Telecom Sparkle.

La prima, di cui il nostro settimanale ha già riferito ai suoi lettori, riguarda certamente gli arbitrati telefonici: quel sistema “mercantile” che permette, attraverso invisibili sequenze di bit “spalloni”, di trasferire e riciclare enormi flussi finanziari convertendoli in minuti telefonici. La seconda riguarda una società, anzi una scatola vuota, come l’hanno definita gli inquirenti, laDigint Spa, e il ruolo dell’imprenditore – con passato e amicizie nella destra eversiva e con un killer della Banda della Magliana - Gennaro Mokbel.

Sullo sfondo trova posto anche l’anomala “intrusione” notturna nella redazione romana de Il Punto, avvenuta tra il 3 e il 5 luglio scorso, troppo sospetta per essere opera di sbandati “predoni” e su cui sta indagando la polizia. Dopo l’uscita della nostra inchiesta, che ha suscitato un certo interesse, e forse anche un certo allarme, tanto da spingere l’europarlamentare del Ppe, Cristiana Muscardini, a presentare una terza interrogazione su questi stessi temi (vedi box), sono accaduti anche altri due fatti importanti.

Si tratta di quatto arresti, compiuti dal Ros dei Carabinieri e dalla Finanza su ordine degli stessi magistrati che conducono le indagini sul caso Fastweb-Telecom Sparkle. I primi tre sono stati compiuti il 6 luglio e a finire dietro le sbarre, su ordine della procura distrettuale antimafia di Roma, è toccato a Simone D’Ascenzo Stefano Fanella, che per gli inquirenti sono considerati gli “spalloni” del presunto riciclaggio di due miliardi di euro che coinvolge Fastweb e Sparkle.

I due nuovi indagati sono stati arrestati a Roma con l’accusa di associazione a delinquere e trasferimento fraudolento di fondi all’estero. Secondo le indagini avrebbero avuto il compito di trasferire oltreconfine danari proprio per conto di Mokbel, che è ritenuto una delle menti della colossale truffa da oltre 2 miliardi di euro. Fanella, in particolare, avrebbe in qualche modo cercato di inquinare le prove suggerendo ad alcune persone, che dovevano essere sentite dagli inquirenti, di riferire alcuni fatti che potessero aiutare il fratello Silvio, che per i magistrati era promotore, organizzatore e capo dell’associazione a delinquere così come lo stesso Mokbel, l’ex senatore Nicola Paolo Di Girolamo, il manager Carlo Focarelli e altri due indagati. Un terzo arresto, invece, è stato compiuto a Milano dalla Finanza e riguarda il manager Federico Palazzari, accusato di riciclaggio come D’Ascenzo.

Quest’ultimo, sarebbe legato a Focarelli, ad Alessandro Cionco Silvio Fanella, il fratello dello “spallone”, e sarebbe coinvolto in una serie di operazioni finanziarie che avevano come riferimento una società con sede ad Hong Kong. Finora l’inchiesta condotta dalla Dda di Roma ha portato all’emissione di 56 ordinanze di custodia cautelare. L’ultimo arresto, compiuto sempre dal Ros, è dello scorso 8 luglio e riguarda Lorenzo Cola, che in passato è stato anche consulente di Finmeccanica e, oggi, si ritrova anche lui indagato nell’ambito dell’inchiesta sul maxi-riciclaggio.

Cola è accusato di riciclaggio internazionale in concorso sempre con Mokbel, Di Girolamo, Iannilli Toseroni. Tutti e cinque, a loro volta, sono coinvolti nel nuovo fronte dell’indagine che riguarda in particolare un investimento di 8,3 milioni di euro sborsati da Mokbel, e secondo gli inquirenti di “provenienza delittuosa”, per l’acquisizione di quote della Digint. Proprio quella società di cui ha parlato a Il Punto, Fabio Ghioni: quella che avrebbe acquisito la Srl da lui fondata, la Ikon, specializzata nella progettazione di sofisticati software spia, tuttora in uso a procure e servizi segreti.

La Digint pare sia partecipata da Finmeccanica al 49% e secondo l’accusa Gennaro Mokbel avrebbe versato del denaro su alcuni conti esteri, sia a Iannilli che a Cola, attraverso bonifici fatti da Toseroni. Un‘operazione che nel 2007 avrebbe permesso all’imprenditore “nero” di acquisire il 51% della Digint con un flusso di denaro che – hanno ricostruito gli investigatori del Ros – sarebbe partito da Singapore, transitato per San Marino su un conto di Iannilli e finito in Svizzera. La Digint è ritenuta una “scatola vuota”, finalizzata a costituire fondi neri all’estero, come, almeno così sembra, ha confermato alla Dda anche l’ex senatore Di Girolamo.

Secondo l’ipotesi accusatoria – riferita dall’Ansa – la Digint avrebbe dovuto acquisire contratti per crescere di valore, per poi vendere a Finmeccanica (che ne deteneva già il restante 49), a un prezzo ovviamente maggiorato rispetto all’originario impiego di risorse finanziarie, quel 51% detenuto dal gruppo Mokbel. Le plusvalenze di questa operazione per gli inquirenti romani sarebbero state ripartite tra gli interessati: «Finmeccanica non ha mai costituito fondi neri all’estero e il presidente del gruppo, Pier Francesco Guarguaglini, non ha mai incontrato Gennaro Mokbel».

Questo è quanto, invece, riferisce una nota dello stesso gruppo: «Finmeccanica – ribadisce il gruppo – non ha mai costituito all’esterno fondi neri, né ha mai ideato e attivato strutture societarie tali da stornare fondi neri all’estero. Il Presidente e Amministratore Delegato Pier Francesco Guarguaglini non ha mai incontrato Gennaro Mokbel.

Finmeccanica smentisce categoricamente che Mokbel possieda o abbia posseduto direttamente il 51% della Digint. Nicola Mugnato è il direttore generale della Digint, espressione della Financial Lincoln SA, e garantisce la gestione e la manutenzione del software di protezione informatica, core business della Digint stessa».

Resta un fatto, non proprio secondario, che dentro quella scatola vuota, come ha ribadito l’hacker delTiger Team di Telecom, Fabio Ghioni, ci sono anche le tecnologie di Ikon. In particolare quei due sofisticati software - IK webmail e IK spy - molto noti negli ambienti della sicurezza e che in teoria potrebbero impiegare solo l’autorità giudiziaria e le agenzie di intelligence, utilizzabili per spiare caselle di posta elettronica e pedinare computer in rete.