Google, ultima frontiera: “Sappiamo già cosa penserete”

Google, ultima frontiera: “Sappiamo già cosa penserete”

“Non abbiamo bisogno che digitiate qualcosa. Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo sapere più o meno cosa ne pensate”. Ecco dunque che Google, attraverso il suo AD Eric Schmidt, dichiara il suo climax al Washington Ideas ForumLo scopo supremo, insomma, è dirci cosa pensiamo prima ancora che lo pensiamo. O, meglio, di rifornirci di idee prima che ci venga in mente di partorirne di originali. L’ultimo ostacolo da rimuovere è quel residuo di pensiero autonomo che l’essere umano ancora conserva.

“E’ incredibile che si lascino guidare gli esseri umani, è stato un errore inventare le automobili prima dei computer”, aveva dichiarato Schmidt a San Francisco qualche giorno prima. Sicuramente il suo sguardo andava ben oltre l’obsoleto ‘pilota automatico’: perché Google non è solo in grado di portarvi a destinazione, ma sa già dove volete andare.

Intendiamoci: Google ha degli ottimi ingegneri e i suoi prodotti sono insuperabili. Ma i suoi abusi e le dichiarazioni di Schmidt ne rivelano il lato oscuro, a cominciare dalla ormai celeberrima massima “se c’è qualcosa che non vorreste far sapere a nessuno, allora non dovreste farla in primo luogo”.

In Germania, lo scorso agosto Schmidt aveva dichiarato: “Sappiamo dove siete e sappiamo cosa vi piace”. Allora doveva recuperare la fiducia dei tedeschi dopo lo scandalo Street View, e Schmidt li rassicurò alquanto indelicatamente ricordando loro che Google non è la Gestapo né la Stasi.

Pochi giorni dopo, dichiarò al Wall Street Journal che per molti giovani abituati a postare in rete materiale imbarazzante sarà necessario, in futuro, cambiare identità. E aggiunse, a sgombrare qualsiasi equivoco sulle responsabilità di tutto ciò: “Non credo che la società capisca cosa succede quando ogni cosa è disponibile e registrata da chiunque e in ogni momento”. Peccato che nel frattempo, Google abbia ammesso che almeno due suoi ingegneri, godendo dell’accesso illimitato a tutti i dati dell’azienda, avevano pensato bene di usarli per diventare degli stalker.

A questo punto, possiamo aspettarci un futuro in cui non solo chiunque potrà essere compromesso, ma lo sarà per ciò che avrebbe potuto fare in base a un algoritmo di Google. Ma se davvero un algoritmo può prevedere il nostro pensiero e i nostri comportamenti, significa che agiamo e pensiamo come degli automi: in questo senso Google potrebbe dimostrare ciò che le tradizioni iniziatiche dicono da millenni: l’uomo, al suo stato ‘naturale’ è una macchina. Potrebbe essere un ulteriore stimolo, per chi vuole uscire dalla meccanicità, a pensare fuori dagli schemi. Be hacker.

“Non abbiamo bisogno che digitiate qualcosa. Sappiamo dove siete. Sappiamo dove siete stati. Possiamo sapere più o meno cosa ne pensate”. Ecco dunque che Google, attraverso il suo AD Eric Schmidt, dichiara il suo climax al Washington Ideas ForumLo scopo supremo, insomma, è dirci cosa pensiamo prima ancora che lo pensiamo. O, meglio, di rifornirci di idee prima che ci venga in mente di partorirne di originali. L’ultimo ostacolo da rimuovere è quel residuo di pensiero autonomo che l’essere umano ancora conserva.

“E’ incredibile che si lascino guidare gli esseri umani, è stato un errore inventare le automobili prima dei computer”, aveva dichiarato Schmidt a San Francisco qualche giorno prima. Sicuramente il suo sguardo andava ben oltre l’obsoleto ‘pilota automatico’: perché Google non è solo in grado di portarvi a destinazione, ma sa già dove volete andare.

Intendiamoci: Google ha degli ottimi ingegneri e i suoi prodotti sono insuperabili. Ma i suoi abusi e le dichiarazioni di Schmidt ne rivelano il lato oscuro, a cominciare dalla ormai celeberrima massima “se c’è qualcosa che non vorreste far sapere a nessuno, allora non dovreste farla in primo luogo”.

In Germania, lo scorso agosto Schmidt aveva dichiarato: “Sappiamo dove siete e sappiamo cosa vi piace”. Allora doveva recuperare la fiducia dei tedeschi dopo lo scandalo Street View, e Schmidt li rassicurò alquanto indelicatamente ricordando loro che Google non è la Gestapo né la Stasi.

Pochi giorni dopo, dichiarò al Wall Street Journal che per molti giovani abituati a postare in rete materiale imbarazzante sarà necessario, in futuro, cambiare identità. E aggiunse, a sgombrare qualsiasi equivoco sulle responsabilità di tutto ciò: “Non credo che la società capisca cosa succede quando ogni cosa è disponibile e registrata da chiunque e in ogni momento”. Peccato che nel frattempo, Google abbia ammesso che almeno due suoi ingegneri, godendo dell’accesso illimitato a tutti i dati dell’azienda, avevano pensato bene di usarli per diventare degli stalker.

A questo punto, possiamo aspettarci un futuro in cui non solo chiunque potrà essere compromesso, ma lo sarà per ciò che avrebbe potuto fare in base a un algoritmo di Google. Ma se davvero un algoritmo può prevedere il nostro pensiero e i nostri comportamenti, significa che agiamo e pensiamo come degli automi: in questo senso Google potrebbe dimostrare ciò che le tradizioni iniziatiche dicono da millenni: l’uomo, al suo stato ‘naturale’ è una macchina. Potrebbe essere un ulteriore stimolo, per chi vuole uscire dalla meccanicità, a pensare fuori dagli schemi. Be hacker.