Guerra a Wikileaks: cyberattacco o diffamazione?

Guerra a Wikileaks: cyberattacco o diffamazione?

Wikileaks è il nuovo ‘stato-canaglia’ per gli Stati Uniti, un’entità più impalpabile dell’Iran, che sta mettendo concretamente i bastoni tra le ruote al governo americano. Ora dalle minacce si potrebbe passare ai fatti, dopo che il sito ha pubblicato i 400.000 documenti classificati sulla guerra in Iraq e dopo le denunce di Washington per aver violato la sicurezza nazionale e per i danni alle operazioni militari.

Le strade, come vogliono i nostri tempi, sono due: screditare il suo leader Assange e la cyberguerra. Ma mentre la prima soluzione è una strada ben collaudata, la via della cyberguerra è irta di dubbi tecnici e di pericoli.

A voler essere precisi, un attacco cibernetico era già nell’aria quando Wikileaks aveva pubblicato nel luglio scorso i documenti declassificati sull’Afghanistan. Allora, l’opinionista conservatrice Liz Cheney scriveva: “Vorrei vedere il Presidente Obama chiedere al governo Islandese (dove ha sede il Wikileaks, ndr) di chiudere quel sito. E vorrei che lo chiudessimo di nostra iniziativa se il governo islandese non lo facesse”. E in agosto, l’addetto stampa del Pentagono Geoff Morrell aveva dichiarato: “Se bisogna costringerli a fare qualcosa, allora considereremo quali alternative abbiamo per costringerli a fare la cosa giusta”.

Ora, all’indomani della fuga di notizie sulla guerra in Iraq, anche dal Washington Post e dal Washington Times chiedono al governo di mettere fuori uso il sito. E Christian Whiton, ex-collaboratore di George W. Bush, chiede di “assalire elettronicamente Wikileaks e ogni compagnia di telecomunicazioni che offra i suoi servizi a questa organizzazione”.

Ma l’impresa non è così facile, perché Wikileaks, come ogni entità cibernetica, fluttua inafferabile nello spazio virtuale. All’epoca della pubblicazione dei documenti sull’Afghanistan, a dire il vero, era ospitato da server in Svezia, dove la libertà di espressione, è molto più tutelata che oltreoceano. Negli ultimissimi giorni, peraltro, il sito ha abbandonato i server californiani di Amazon.com, pur continuando a puntare sui server Amazon in Irlanda e in Francia.

Il fatto è che Wikileaks è una macchina congegnata fin troppo bene per essere messa fuori uso da un singolo attacco, la cui efficacia potrebbe disperdersi in un gioco di specchi. Il sito, infatti, è moltiplicato in una serie di mirror site, che comprendono Wikileaks.fr (sui server del registrar Gandi.net) e una serie di siti come Wikileaks.se e WikiLeaks.nl ospitati, ancora una volta, da server svedesi.

Certo, un attacco a Wikileaks potrebbe essere l’occasione per rodare il nuovo Cyber Commando del Pentagono, capace di attacchi ben più sofisticati di quelli operati dai normali cyber criminali. Ma, aldilà delle implicazioni diplomatiche dell’operazione, sferrare un cyber-attacco significa anche esporre le proprie capacità, e nel caso di Wikileaks il risultato sarebbe ben magro. Infatti, se si mettesse fuori uso il sito, le stesse informazioni sarebbero subito duplicate su una serie innumerevoli altri siti.

Secondo James Lewis, del Center for Strategic and International Studies, “a Wikileaks hanno fatto un buon lavoro nel distribuire e nel crittografare i loro dati, per cui un cyberattacco sarebbe inutile. Non avrebbe effetto. Avremmo più fortuna se discreditassimo il messia di Wikileaks, che sembra un po’ strano.”

Già, la seconda soluzione, prendere di mira Assange, il volto pubblico di Wikileaks, che però è cittadino australiano e si guarda molto bene dal mettere il piede negli Stati Uniti. C’è chi pensa di ‘condurlo alla ragione’ con le maniere forti, come Marc Thiessen, speechwriter di George W. Bush, secondo il quale “il governo potrebbe impiegare non solo le forze di polizia, ma anche l’intelligence e l’esercito – compreso il Cyber Commando – per mettere fine alla sua attività criminale e assicurare Assange alla giustizia”.

Ma fino a quando Assange è considerato un paladino della libertà di espressione, l’impresa di arrestarlo avrebbe effetti disastrosi per l’immagine degli USA. Per questo, è più probabile che si prepari il terreno screditandolo, e questa operazione potrebbe essere già in atto. In effetti, dopo la pubblicazione dei documenti sull’Iraq, diversi ex-collaboratori di Wikileaks hanno accusato il sito di aver perso il suo obiettivo originario di rendere disponibili tutte le fughe di notizie senza distinzioni, accanendosi invece contro l’esercito americano e trascurando moltissimi altri documenti.

“Al di fuori dei dossier su Iraq e sull’Afghanistan, Wikileaks è stato paralizzato da dissidi interni di natura politica” ha dichiarato all’Indipendent Smari McCarthy, ex volontario di Wikileaks e attivista per la libertà di informazione in Islanda. Assange, rispondendo all’Indipendent, afferma che i dissidenti erano collaboratori di secondo piano che cercano soltanto di gettare fango su Wikileaks.

La guerra della diffamazione è appena iniziata, e la sovraesposizione a cui Assange si è sottoposto negli ultimi tempi potrebbe presto dare inizio alla sua fine.