Intervista a Fabio Ghioni apparsa su ComunicLab il 1 dicembre 2010.
Wikileaks ha un potente sistema di mirror che gli permette di duplicarsi in qualsiasi momento senza sparire del tutto. Ci può spiegare se WL potrebbe essere effettivamente messo a tacere dalle forze governative del Cyber Command statunitense o è davvero inattaccabile come dice Assange?
Anche se l’impresa non è ne facile ne banale, si, un impegno serio da parte del Cyber Command potrebbe mettere in seria difficoltà il sistema Wikileaks. Tuttavia ritengo che potrebbero innanzitutto considerare la possibilità di prenderne il controllo in modo da pilotare le informazioni che mette a disposizione. Wikileaks sta diventando uno strumento di potere e in quanto tale, una struttura d’intelligence valuterebbe innanzitutto la sua utilità operativa come strumento di infowar o di ricatto verso persone o strutture scomode.
Nonostante il grande sistema che c’è sotto per proteggere l’anonimato di chi contribuisce alle “fughe di notizie”, sembra comunque che si tratti di un sistema debole. Al punto che giorni prima era possibile sapere che le prossime rivelazioni avrebbero trattato dei rapporti di politica estera statunitense. E si è potuto risalire a ciò andando a rintracciare una conversazione in chat tra Bradley Manning e l’ex-hacker Andrian Lamo. Tutte le promesse di segretezza della fonte si dissolvono in una chat?
Credo che se una fonte è interessata al proprio anonimato è meglio che faccia affidamento sui propri mezzi e non su quelli messi a disposizione da WL. Raccogliere un database delle fonti potrebbe essere di grande interesse per WL, ma soprattutto le strutture di intelligence USA e di altri paesi, avranno sicuramente messo sotto controllo i punti di alimentazione verso WL per determinare l’origine delle falle nella sicurezza. Sarebbe, quindi, tecnicamente possibile andare a risalire a tutte le fonti.
E Assange? Ci voleva davvero un mandato d’arresto internazionale per rintracciarlo ed interrogarlo? Come ci spiegherebbe la grande sicurezza che, dopo l’11 settembre, ha stretto il mondo, specie in Italia, rendendoci tutti territorialmente rintracciabili – vedi legge Pisanu 155/2005– e poi così dispersi globalmente?
La mia esperienza mi ha insegnato che ogni cosa che ci viene comunicata va sempre considerata con un sopracciglio alzato. Assange potrebbe essere in buona fede e allora potrei dire che il mandato internazionale è il modo più semplice di bloccare una persona. Se però non è in buona fede ed è uno strumento nelle mani di una struttura di infowar o intelligence, allora direi che il mandato internazionale è una copertura perfetta soprattutto se ha risonanza mediatica.
Accedere ai siti e cancellarne gli archivi: immaginiamo non ci sia cosa più facile per un hacker. Ma di solito un buon sito che si basa sugli archivi ha misure altrettanto semplici per recuperare tutto. Proprio com’è successo un paio di mesi fa a Cryptome o a Wikileaks. Secondo lei si tratta di obiettivi precisi, provocazioni o non bisogna preoccuparsi più di tanto?
Un hacker non è mai interessato a cancellare informazioni ma a recuperarle per sé!





