Da Wikileaks: microchip per i detenuti, la “mania” per la privacy tedesca, Google e la Cina

Da Wikileaks: microchip per i detenuti, la “mania” per la privacy tedesca, Google e la Cina

Al netto dei pettegolezzi diplomatici, ecco alcuni segreti emersi dai cablogrammi diffusi da Wikileaks.

In Iran, esecuzioni per i risultati sfavorevoli ad Ahmadinejad

Un sostenitore del candidato dell’opposizione alle ultime controverse elezioni iraniane Mir-Hossein Mousavi dichiara che il direttore IT per la supervisione delle elezioni è stato arrestato e giustiziato dalla Guardia Rivoluzionaria dopo che i suoi tabulati mostravano Ahmadinejad al terzo posto nei risultati elettorali.

Un microchip per i detenuti Guantanamo

In una conversazione con il consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca John Brennan, il re saudita Abdullah suggerisce di impiantare dei microchip nei detenuti di Guantanamo per monitorare i loro movimenti via Bluetooth. È già stato già stato fatto con i cavalli e falchi, avrebbe aggiunto il re. “I cavalli non hanno buoni avvocati”, risponde Brennan, spiegando che una proposta del genere va incontro a parecchi ostacoli legali negli Stati Uniti, ma aggiunge che ne parlerà con i funzionari competenti quando tornerà negli Stati Uniti. Sembra che l’ipotesi sia stata poi scartata perché la tecnologia Bluetooth non funziona sulle lunghe distanze.

“La Germania è troppo ossessionata dalla privacy”

Alcuni funzionari del Dipartimento di Stato statunitense esprimono preoccupazione per l’eccessiva rigidità della legge sulla privacy tedesca, tra le più restrittive al mondo, e temono che possa ostacolare lo scambio di informazioni tra i due paesi. In particolare, il Partito Liberale Democratico è definito privo di “una visione responsabile sulla politica di sicurezza” in un momento in cui i terroristi stanno utilizzando Internet per reclutare, addestrare e organizzare.

“Nei nostri incontri abbiamo puntualizzato che è indispensabile uno scambio intenso di informazioni per contrastare il terrorismo in un mondo globalizzato, dove i terroristi e il loro sostenitori utilizzano i confini aperti e l’information tecnology per muovere rapidamente persone e denaro” afferma l’ambasciata americana in un cablogramma, “Dobbiamo anche dimostrare che gli Stati Uniti hanno misure molto forti per la privacy, così che un intenso scambio di dati è accompagnato da un’intensa protezione dei dati”.

Google, la Cina e Washington

Gli attacchi informatici cinesi sono al centro di una serie di cablogrammi analizzati proprio in questi giorni da un report del New York Times. In un dispaccio del 18 maggio 2009 una fonte bene informata afferma che il leader Chinese Li Changchun, membro del Comitato Permanente del Politburo, rimase molto turbato quando cercò il suo nome su Google.com e scoprì dei risultati critici in lingua cinese. Un altro cablogramma cita una fonte cinese con legami familiari con la classe dirigente, secondo cui fu lo stesso Li a dirigere un attacco ai server statunitensi di Google.

I cablogrammi di questa serie documentano le pressioni che Google ha subito da parte del governo cinese affinché collaborasse con la censura, rimuovendo dai risultati del proprio motore di ricerca materiale su soggetti ‘delicati’ come il Dalai Lama o il massacro di piazza Tienanmen del 1989.

Ma altri documenti mostrano anche l’aspetto ambiguo del rapporto tra governo statunitense, Google e la Cina. Secondo alcuni cablogrammi, i funzionari cinesi avrebbero infatti esercitato pressioni sul governo statunitense affinché Google Earth diminuisse la risoluzione delle immagini delle infrastrutture governative cinesi, avvertendo che Washington sarebbe stata responsabile se quelle informazioni fossero state utilizzate per un attacco da parte di gruppi terroristici. Un diplomatico americano rispose che Google è un’azienda privata e che Wadhington non poteva intervenire. Due pesi e due misure, quindi, perché quando si tratta della propria sicurezza nazionale, Washington non esita, ad esempio attraverso il Patriot Act a intervenire su Google, che dal punto di vista interno è ormai ritenuta una infrastruttura critica. E, d’altra parte, immaginiamo quale sarebbe la reazione americana se un’azienda straniera monitorasse e mettesse online le immagini dei siti strategici statunitensi…