La storia non è nuova. Anzi, è molto ‘già sentita’. Almeno 5 multinazionali dell’energia vengono saccheggiate da hacker cinesi, che ‘sifonano’ a piene mani dati sulla locazione e sull’entità dei giacimenti petroliferi, contratti e brevetti industriali. Gli attacchi sono stati sferrati sfruttando le vulnerabilità dei siti web e, più semplicemente, inviando qualche email-esca ai dipendenti. Da quanto tempo? Da almeno due anni, dice McAfee, forse quattro.
Dunque, ancora attacchi informatici che prendono di mira il petrolio e il gas naturale. E ancora una volta tutti gli indizi portano alla Cina. Quella che sui giornali è stata denominata operazione Night Dragon dell’energia è solo la punta di un iceberg di cui già avevamo parlato proprio un anno fa, quando un report di Christian Science Monitor aveva scoperchiato il vaso di Pandora. Lo scorso anno, infatti, si era scoperto che le reti di almeno tre ignare multinazionali (Marathon Oil, ExxonMobil, nor ConocoPhillips) erano completamente infettate dal ‘virus cinese’ con gli stessi scopi spionistici addirittura dal 2004.
Non è quindi una storia nuova quella raccontata da McAfee in questi giorni, anche se il sempre distratto Occidente è tardo a comprendere l’entità del pericolo. “Fin dagli attacchi dell’11 settembre” scriveva CSM un anno fa “la sicurezza nazionale è stata largamente occupata nel proteggere il territorio statunitense contro il fondamentalismo islamico. Ma pur pericoloso come al-Qaeda e altri gruppi hanno dimostrato di essere, la minaccia che rappresentano non è così sistemica come quella della guerra cibernetica.”
Capito? Fin quando ci sarà interesse a rincorrere minacce più pittoresche come i Talebani o gli yemeniti, gli invisibili e silenziosi hacker cinesi possono dormire sonni tranquilli.





